La psicoterapia cognitivo comportamentale

Michele Grizzi

La psicoterapia cognitivo comportamentale (parte I)

Le origini

La psicoterapia ad orientamento cognitivo comportamentale prese origine dalle ricerche e dal lavoro clinico di Aaron T. Beck, nei primi anni ’60. Beck osservò come spesso, quando i pazienti parlavano dei loro disturbi, emergeva una discrepanza tra gli eventi riportati, di natura neutra, e le emozioni correlate, invece estremamente intense e non corrispondenti al contenuto manifesto delle situazioni. Ipotizzò quindi che tali reazioni emotive fossero innescate da modalità di pensiero distorte e disfunzionali, di cui le persone erano scarsamente consapevoli.

Principi teorici generali

La terapia cognitiva parte da una considerazione dell’individuo come agente attivo, che interagisce con l’ambiente esterno e, oltre ad esserne influenzato, lo influenza a sua volta. E’ principalmente centrata sul presente; infatti, analizza il comportamento disfunzionale attuale e le strategie che il paziente usa, in modo più o meno consapevole, per mantenere il disturbo (che tende a conservarsi in quanto processo appreso e consolidato attraverso l’esperienza).
Secondo l’approccio cognitivo, si possono rappresentare le variabili principali del funzionamento di ogni persona in interazione con l’ambiente attraverso un triangolo. Ai tre vertici stanno i comportamenti, i pensieri e le emozioni (triangolo della consapevolezza); questi tre elementi sono interconnessi e reciprocamente influenzati, tanto che la stimolazione di uno di essi produce a cascata effetti sugli altri. Non sono quindi gli stimoli oggettivi di realtà a generare le risposte emotive e comportamentali. Piuttosto, è l’interpretazione cognitiva della situazione stessa (attraverso i pensieri consapevoli e non) che determina l’emozione provata e quindi il comportamento attuato.

Le mappe cognitive

Secondo il modello teorico cognitivo, nel corso della vita le persone si costruiscono, a partire dalle esperienze vissute, delle modalità soggettive e stabili di rappresentazione ed interpretazione della realtà (mappe, schemi, regole di comportamento). Tali rappresentazioni stilizzate contengono informazioni su noi stessi, sugli altri e sul mondo e hanno un valore sostanzialmente adattivo; infatti, aiutano la persona a dare significato all’esperienza, orientarsi e muoversi nel mondo. Normalmente si attivano in automatico, in risposta a stimoli esterni o interni, e funzionano come software, generando risposte coerenti che tendono a rafforzare ulteriormente gli schemi stessi.
Tuttavia, le mappe possono essere caratterizzate anche da convinzioni distorte, che portano ad interpretazioni erronee delle esperienze. Le varie forme di disturbo psicologico, quindi, costituiscono modalità particolari di interpretare la realtà. Un principio base dell’approccio cognitivo è che le persone non sono responsabili dei pensieri che la propria mente produce, ma di come li utilizzano. Infatti, è l’identificazione con un dato pensiero (“le cose stanno così, è la realtà”) a ridurre la flessibilità delle reazioni comportamentali del soggetto. In alcuni casi, questo può diventare un limite, impedendo alla persona di raggiungere i propri scopi.

Relazione terapeutica

La terapia cognitiva richiede una solida alleanza terapeutica. Infatti il paziente viene “ingaggiato” in modo chiaro ed esplicito e il terapeuta si pone come una persona che si “mette in gioco” assieme a lui/lei per raggiungere degli obiettivi. Si propone un lavoro alla pari, quasi di equipe, in cui il paziente è “esperto del proprio problema”, mentre il terapeuta è “esperto nella soluzione di problemi”. La relazione terapeutica dovrebbe quindi essere caratterizzata da un clima di fiducia, empatia e calore. La partecipazione attiva del paziente viene stimolata attraverso la richiesta di feedback, il coinvolgimento nelle decisioni riguardanti la terapia e l’assegnazione di “compiti a casa”. Il terapeuta, d’altro canto, cerca di adottare uno stile di comunicazione in sintonia con quello del paziente. Ciò consente, oltre che di entrare in empatia e risonanza emotiva, di migliorare la comunicazione, di favorire la collaborazione del paziente e di abbassare le possibili resistenze.

Durante le sedute, il terapeuta attua una sorta di “dialogo socratico”. Ovvero, cerca di analizzare attentamente i dati e di portare il paziente, attraverso domande e stimoli, ad una sorta di scoperta guidata. L’approccio terapeutico è di natura psico-educativa, infatti prevede che il terapeuta spieghi e condivida il modello terapeutico usato, con l’obiettivo finale di insegnare al paziente a mettere in atto un’auto-terapia per gestire in futuro i propri problemi ed evitare ricadute.

Individuazione del problema 

Uno dei primi passi di una psicoterapia secondo l’approccio cognitivo comportamentale è l’individuazione di un problema. Si parte quindi da una reazione (emotiva, comportamentale, cognitiva) vissuta come problematica dal paziente, per aiutarlo a de-identificarsi con tale reazione. Spesso, le reazioni problematiche si ripetono rigidamente perché derivano da esperienze vissute nei primi anni di vita e dalle modalità di affrontarle adottate nell’infanzia. E’ possibile, però, allenarsi ad utilizzare modalità diverse, più “adulte” (flessibili, mature e assertive). Il problema su cui si sceglie di lavorare (partendo da una lista di problemi che il paziente stesso indica) deve essere sotto la responsabilità della persona, concreto e ripetuto nel tempo. Alla definizione del problema consegue la definizione di un obiettivo.

Definizione dell’obiettivo

L’obiettivo su cui si sceglie di lavorare in terapia deve avere le seguenti caratteristiche:
– essere formulato, iniziato e mantenuto sotto la responsabilità della persona; deve quindi riguardare aspetti intrapersonali più che interpersonali (non posso cambiare il comportamento degli altri, ma le mie reazioni….)
– avere una formulazione linguistica positiva (“cosa fare” e non “cosa non fare”)
– avere un tempo definito per raggiungerlo
– essere misurabile e concreto, non generico (“da cosa mi accorgerò di avere raggiunto l’obiettivo?” “da cosa se ne accorgeranno gli altri?”)
– essere sensorialmente basato (la persona deve descrivere le sensazioni corporee collegate allo stato-obiettivo)
– essere ecologico: non danneggiare il paziente e le persone intorno a lui.

Bibliografia

Manuale di auto-aiuto. Obiettivo benessere –  D’Ambrosio, Calzeroni, Gislon, Santollino – 2006 Dialogos Edizioni

 

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